Visto da fuori il Gioco lascia poco al caso: le regole, i giocatori, i ruoli, carte scoperte, carte coperte, il tavolo che gira, senza ribaltarsi mai; i dadi lanciati al momento giusto che fanno l’atmosfera, mani che scattano, qualcuno trattiene il respiro, qualcun altro si lascia andare, risate, imprecazioni, occhiate di sfida, sguardi di intesa. Una dinamica oliata, sicura, una deliziosa sinergia che vi spinge a farvi largo nella sala, scivolare con disinvoltura tra i giocatori, passare le mani sul tappeto verde, e accarezzare l’idea che forse, la prossima mano sarà quella del principiante. Sbagliate. In pochi rispondono al vostro cenno, il croupier salta il vostro turno e la giovane donna seduta accanto a voi si limita a guardare con indifferenza le bollicine risalire i bordi della flûte. Di nuovo la dinamica dell’Essere si impone sulla logica del Dover Essere, ancora una volta le pareti della realtà premono sulla fragilità del vostro schema, inchiodandovi al fatto compiuto dell’ennesima debacle sociale. Avrete tempo per riflettere sulle risposte che avreste potuto dare, sulle provocazioni che non siete riusciti ad evitare, ma ora quella immediatezza dell’agire, la reazione spontanea che si risolve solo nell’adesso, tarda ad arrivare, perde inesorabilmente la coincidenza con le parole che escono dalla vostra bocca, inficiando i tempi, l’eloquio, il linguaggio del corpo, finanche le vibrazioni dell’ambiente circostante. Non si può pensare l’istinto. Il vostro interlocutore, uno dei pochi che per banale circostanza vi chiede di intervenire sulla partita, non lo sa, ma lo sente, ascolta le vostre parole, ma non coglie che un nugolo di sfilacciata semantica, vi segue con uno sguardo di incognita, vi cerca, non vi trova, lascia scemare il contatto. Persa la vostra occasione, tornate spendere gli ultimi, lunghissimi minuti concentrandovi sui dettagli, soli oggetti sicuri della vostra manipolazione, giudizio e tassonomia: il kitsch degli stucchi pseudobarocchi alle pareti, quel fetore di fumo e calore umano che sfila in pulviscoli tra i fari delle lampade sospese sui tavoli da gioco, quella macchia di rossetto tra i denti. Fine. Svuotate il bicchiere, vi allontanate dalla sala in modo anonimo (vi saluta chi non può evitarlo) e vi abbandonate stremati sul primo taxi per la salvezza, rinfrancati dal piccolo lusso che vi siete concessi con quell’ultima transizione. Magari la prossima volta andrà meglio, forse un feedback, una scintilla, vi porterà a tutt’altro epilogo, ma anche per questa sera il bilancio è inclemente: non potete allontanare l’idea che non riuscirete mai a far parte del Gioco, e che probabilmente sì, per quelli come voi, alla fine il banco vince sempre.

1 commento
  1. TOBI
    TOBI dice:

    Che dire Freiherr, le relazioni sociali sono un gioco. Per quelli come noi più che mai. Lo scenario che hai descritto rende perfettamente l’idea, immersi nel sociale diventiamo dei giocatori ansiosi, tutte le nostre energie sono rivolte al gioco e per cosa? Per essere integrati forse? O magari per essere accettati? Nah, secondo me si tratta di semplice sopravvivenza, in un mondo dove il pensiero neurotipico domina la scena è del tutto sensato simulare per non essere fagocitati da stupidi criteri di selezione sociale. La vera domanda è se ne valga la pena o meno, amico mio. Loro NON stanno giocando e tu lo sai bene, perciò vorrei capire che partita stiamo facendo. La realtà è che le nostre fiches valgono Ø perché siamo gli unici a giocare, quindi finiamo la nostra flûte e alziamo i tacchi 😉

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